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TESTAMENTO BIOLOGICO

  • Studio Notarile - Francesco De Stefano
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TESTAMENTO BIOLOGICO

Alcuni casi di cronaca relativi a persone in stato “vegetativo” a causa di gravi incidenti e/o malattie degenerative, hanno richiamato l’attenzione della società sul cc.dd. “testamento biologico” o anche “testamento di vita” o “dichiarazione anticipata di trattamento”.

Si tratta del testamento – utilizzando la medesima terminologia giuridica con al quale si individuano le disposizioni di ultima volontà – con il quale un soggetto manifesta la propria volontà di accettare o non accettare terapie mediche per la cura di malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti con macchine o sistemi artificiali quando non è più in grado di esprimere compiutamente la propria volontà.

Nel nostro Paese non esiste ancora una legge specifica sul testamento biologico, quindi, ad oggi, la formalizzazione per un cittadino italiano della propria espressione di volontà riguardo ai trattamenti sanitari che desidera accettare o rifiutare può variare da caso a caso; spesso il testatore scrivendo le sue volontà si riferisce ad argomenti eterogenei come donazione degli organi, cremazione, terapia del dolore, nutrizione artificiale e accanimento terapeutico. Può accadere che non tutte le volontà espresse dal testatore possano essere considerate bioeticamente e legalmente accettabili.

 

La norma di riferimento in la materia è il principio sancito dall’art.32 della Carta Costituzionale che recita nessuno può “essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

 

L’Italia ha, inoltre, ratificato nel 2001 la “Convenzione sui diritti umani e la biomedicina” (legge 28 marzo 2001, n.145) di Oviedo del 1997 che stabilisce che “i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento non è in grado di esprimere la propria volontà, saranno tenuti in considerazione”.

 

Esaminando la giurisprudenza di merito il Tribunale di Modena il 5 novembre 2008 emise un decreto di nomina dell’Amministratore di Sostegno in favore di un soggetto per il caso in cui, in un futuro, fosse stato sia incapace di intendere e di volere attribuendogli il compito di esprimere i consensi necessari ai trattamenti medici. Così facendo si è data la possibilità di avere gli stessi effetti giuridici di un testamento biologico seppur in assenza di una normativa specifica.

 

Il tema del “testamento biologico” importa decisive valutazioni di carattere “etico”, prima ancora che giuridico ed è quindi, oggetto di posizioni differenti fra correnti di pensiero di tipo laico, radicale e di ispirazione cristiana, comprese più generali valutazioni sull’eutanasia e sulla difesa della vita.

 

Il Comitato Nazionale di Bioetica ha diffuso nel dicembre 2003 un documento contenente un’analisi delle problematiche connesse e terminante con una serie di raccomandazioni, il cui rispetto garantisce la legittimità delle cc.dd. “dichiarazioni anticipate”. Nel documento si afferma che le dichiarazioni anticipate non possono contenere indicazioni «in contraddizione col diritto positivo, le regole di pratica medica, la deontologia (…) il medico non può essere costretto a fare nulla che vada contro la sua scienza e la sua coscienza» e che «il diritto che si vuol riconoscere al paziente di orientare i trattamenti a cui potrebbe essere sottoposto, ove divenuto incapace di intendere e di volere, non è un diritto all’eutanasia, né un diritto soggettivo a morire che il paziente possa far valere nel rapporto col medico ( […] ) ma esclusivamente il diritto di richiedere ai medici la sospensione o la non attivazione di pratiche terapeutiche anche nei casi più estremi e tragici di sostegno vitale, pratiche che il paziente avrebbe il pieno diritto morale e giuridico di rifiutare, ove capace».

Il documento del Comitato Nazionale di Bioetica afferma inoltre che i medici dovranno non solo tenere in considerazione le direttive anticipate scritte su un foglio firmato dall’interessato, ma anche documentare per iscritto nella cartella clinica le sue azioni rispetto alle dichiarazioni anticipate, sia che vengano attuate o disattese.

 

In attesa di una legge che regoli la materia è in atto, in molti comuni italiani, la raccolta della dichiarazione anticipata di trattamento dei cittadini residenti nel territorio interessato. Per i promotori di queste iniziative questi atti non eludono e non anticipano le iniziative legislative, ma sono l’azione necessaria perché, in caso di bisogno, non sia necessario ricostruire, a posteriori, le volontà dell’interessato.

 

 La normativa negli altri paesi

 

Paesi Bassi

 

Nei Paesi Bassi, pazienti e potenziali pazienti possono specificare le circostanze in base alle quali vorrebbero accedere all’eutanasia, attraverso una “direttiva sull’eutanasia” scritta. Ciò aiuta a stabilire la volontà preventivamente espressa del paziente, anche quando il paziente non è più in grado di comunicare. Tuttavia, questo è solo uno dei fattori presi in considerazione; oltre alle volontà scritte del paziente, almeno due medici, il secondo dei quali totalmente estraneo al primo in materia professionale (ad es. che lavori in un altro ospedale e senza preventiva conoscenza del caso in specie) devono concordare sullo stato di malato terminale del paziente e sull’inesistenza di speranze di guarigione.

 

Germania

 

Il Bundestag tedesco ha approvato il 18 giugno 2009 una legge sul testamento biologico, entrata in vigore il 1^ settembre. Tale legge, basata sul principio del diritto all’autodeterminazione, prevede l’assistenza di un fiduciario (“amministratore di sostegno”) e del medico curante.

In base alla legge, un maggiorenne può predisporre per iscritto il consenso o rifiuto a sottoporsi ad esami, cure o interventi medici “per il caso in cui si trovasse nell’incapacità di prestare consenso”; tale dichiarazione è sempre revocabile “senza vincoli di forma”.

Il fiduciario ha il compito di valutare se la scelta espressa a suo tempo si attagli alle condizioni di vita e salute del paziente; in tal caso egli è “tenuto ad esternare e a far valere la volontà dell’amministrato”, e decidere assieme al medico curante sul trattamento o sulla “desistenza”, in base alle volontà a suo tempo espresse.

Dove manchi una disposizione espressa, o questa non si adatti alle condizioni del paziente, il fiduciario si occuperà di “accertare le cure mediche desiderate o la volontà presunta” del paziente, prendendo decisioni di cura assieme al medico curante. Tale volontà presunta si accerta tramite “le precedenti dichiarazioni sia orali sia scritte, le convinzioni etiche e religiose, e gli altri principi di valore personali” del paziente.

La discrezionalità del fiduciario è limitata in più direzioni: in primo luogo dalla necessità di consultazione costante del medico curante; quindi dalla vigilanza del Tribunale Tutelare sulle sue decisioni; infine dalla possibilità di pronunciamento anche dei parenti stretti sull’accertamento della volontà espressa o presunta, “ove sia possibile senza che si protragga troppo a lungo”.[11]

 

 

Inghilterra e Galles

 

In Inghilterra e Galles, una persona può fare una dichiarazione anticipata di trattamento o nominare un curatore in base al Mental Capacity Act del 2005. Ciò vale solo per un rifiuto anticipato di trattamento, nel caso in cui la persona manchi delle capacità mentali, e deve essere considerato valido ed applicabile dallo staff medico interessato.

 

Stati Uniti d’America

 

La maggior parte degli stati degli Stati Uniti d’America riconoscono le volontà anticipate o la designazione di un curatore sanitario.

La California non riconosce le volontà anticipate, ma utilizza una Advanced Health Care Directive.

Il 30 novembre 2006 il governatore della Pennsylvania Edward Rendell ha firmato la Legge n. 169, che fornisce un quadro normativo globale sulle direttive anticipate di trattamento e sulla presa di decisioni sanitarie per pazienti incapacitati.

 

 

La posizione della Chiesa Cattolica

 

La Chiesa cattolica, nella persona del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, ha sollecitato a varare una legge sul fine vita che, riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili e rese in forma certa ed esplicita, dia nello stesso tempo tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato e sul rapporto fiduciario tra lo stesso e il medico, cui è riconosciuto il compito di vagliare i singoli atti concreti e decidere in scienza e coscienza, fuori dalle gabbie burocratiche.

Riguardo al rifiuto dell’alimentazione e dell’idratazione, l’argomento principale su cui sono divise le posizioni e conseguentemente i vari disegni di legge presentati in parlamento, il cardinale ha precisato che non vi sarebbe la necessità di specificare alcunché, in quanto queste somministrazioni sarebbero ormai universalmente riconosciute come trattamenti di sostegno vitale, qualitativamente diversi dalle terapie sanitarie. L’opinione del prelato è che non si possa chiedere la sospensione di tali procedure, e che questa sia una salvaguardia indispensabile, «se non si vuole aprire il varco a esiti agghiaccianti anche per altri gruppi di malati non in grado di esprimere deliberatamente ciò che vogliono per se stessi».

Bagnasco così sintetizza l’auspicio della Chiesa cattolica italiana: «che in questo delicato passaggio − mentre si evitano inutili forme di accanimento terapeutico − non vengano in alcun modo legittimate o favorite forme mascherate di eutanasia, in particolare di abbandono terapeutico, e sia invece esaltato ancora una volta quel favor vitae che a partire dalla Costituzione contraddistingue l’ordinamento italiano.»